IL TERRITORIO CREMASCO

profilo istituzionale

(estratto da: Valeria Leoni, Territorio cremasco in periodo Veneto (1449-1797), pagg. 40-61 in Le Istituzioni storiche del territorio lombardo, XIV-XIX secolo, progetto Civita, Cremona, Regione Lombardia, 2000;  con aggiunte del curatore)

 

Proponiamo di seguito, un tracciato cronologico, attraverso il quale è possibile ripercorrere l’evoluzione del territorio cremasco. Nel corso dei secoli, l’assetto territoriale mutò più volte, a seguito di trattati ed accordi militari. La materia è da approfondire, in quanto recenti scoperte d’archivio hanno aperto altri spiragli, attraverso i quali gli studiosi potranno definire nuovi scenari.

Nelle intenzioni degli aderenti al Progetto Archivi, è fortemente sentita la necessità di favorire ricerche che abbiano per oggetto temi inerenti al territorio. Sono allo studio le modalità per incentivare studenti ed addetti al settore anche con contributi economici.

 

IL PERIODO VENETO, 1449 - 1797

 

Quando Venezia con la dedizione avvenuta nel 1449 e la successiva ratifica stabilita dalla pace di Lodi nel 1454, entrò in possesso di Crema ottenne, oltre al capoluogo, il patrimonio territoriale soggetto alla città, già dello stato visconteo, che aveva a sua volta ereditato ed in parte rimodellato l’assetto territoriale del periodo comunale.

La recente fondazione del Castrum di Crema, avvenuta nel 1082, e la mancanza di una sede vescovile, comportarono l’acquisizione di un contado in origine assai disaggregato, ma che successivamente si stabilizzò, costituendo un territorio per così dire ideale, in perfetto equilibrio con il capoluogo sia dal punto di vista economico che amministrativo. Da una convenzione, stipulata il 9 aprile 1361, tra il podestà di Crema ed i consoli delle porte per la manutenzione di vie, strade e ponti del territorio sappiamo che alla metà del XIV secolo il territorio cremasco era amministrativamente diviso in quattro curie dipendenti ciascuna da una porta della città: rispettivamente a nord porta Pianengo; a sud porta Rivolta; ad est porta Serio; ad ovest porta Ombriano. Tale suddivisione si estendeva anche all’interno della città, in communia portarum, che a loro volta comprendevano un certo numero di vicinie; rimase in vigore anche durante il periodo veneto ed è ripresa anche negli statuti del 1536 (Statuti di Crema 1536, cc. 105-106).

Le ville del contado erano così suddivise tra le quattro porte: Porta Pianengo che copriva la zona a nord, nord ovest della città comprendendo: Vairano, Pianengo, Sergnano, Trezzolasco, Gabbiano, Vidolasco, Campisego, Capralba, Farinate, Casaletto Vaprio, Bordogna, Quintano, Torlino, Azzano, Pieranica; a Porta Rivolta, verso sud, facevano riferimento le ville di Castelnuovo, Madignano, Ripalta Vecchia, Ripalta Nuova, Ripalta Guerrina, Ripalta Arpina, Moscazzano, Rovereto, Zappello, Credera; a Porta Serio, verso est-nord est, Casale, Bottaiano, Ricengo, Offanengo, Ceredella, Vergonzana, Izano e Salvirola Cremasca; a porta Ombraiano, verso ovest/nordovest, Palazzo Pignano, Monte, Vaiano, Bagnolo, Ombriano, Chieve e Capergnanica.

La suddivisione tra le porte non era quantitativamente equa sia nel numero delle ville, sia per l’estensione del territorio assegnata a ciascuna porta e la partizione sembra  plasmata secondo la direzione delle strade maestre.

Quando nel 1449 i cremaschi si diedero a Venezia, chiesero ed ottennero giurisdizione su tutti quei luoghi di cui essi erano in possesso nel 1402, momento in cui si era affermata la signoria dei Benzoni.  La situazione territoriale ebbe una definitiva ratifica con la pace di Lodi nel 1454 e con i successivi patti del 4 agosto 1456 e rimase invariata per tutto il periodo veneto.

Il territorio di Crema alla metà del Quattrocento è rappresentato cartograficamente per la prima volta nel Desegnio de Crema et del Cremasco, di autore ignoto, ma attribuibile alla seconda metà del secolo XV.

I limiti territoriali stabiliti dai patti di metà Quattrocento e delineati dalla carta sono quasi coincidenti con quelli di metà Trecento, con alcune significative eccezioni: la signoria dei Benzoni aveva infatti comportato l’aggregazione del territorio di Pandino al territorio cremasco; con i patti del 1454 e del 1456 fu stabilito che Casaletto Ceredano fosse definitivamente concesso a Venezia; furono definiti inoltre i confini tra il comune di Crema e il comune di Cremona e in quell’occasione furono stabiliti i confini tra le due giurisdizioni.

Crema costituiva una enclave separata quasi totalmente dal resto delle terre venete. Il podestà e capitano Andrea Bernardo, nella relazione presentata nel 1562 al Senato alla conclusione del suo mandato così scrive: ... (il territorio di Crema) tutto è circondato dal Stato di Milano et Crema è posta nel mezzo ... Nè vi è altro che una strada dimandata la strada Cremasca, ch’è verso il territorio di Bergamo, per la qual si può entrar et uscir di quel territorio senza toccar il Stato di Milano; la qual fu lassata a questo Illustrissimo Dominio del 1456 per la conversion fatta tra Vostra Serenità e il Duca di Milano. Ma da una parte et l’altra di detta strada par sii giursdittione cremonese. La strada chiamata Lo Steccato fu fonte inesauribile di contrasti con il governo di Milano.

Come avvenne in gran parte delle province venete e lombarde dalla seconda metà del Quattrocento e soprattutto nel Cinquecento (Chittolini 1996), nel periodo veneto anche i comuni del contado cremasco avevano costituito un organismo rappresentativo sovracomunale denominato Territorio, abilitato a trattate in materia fiscale e amministrativa con la città e con il governo centrale. I comuni del Territorio erano rappresentati da un Consiglio formato da 28 consiglieri, che eleggeva quattro sindaci generali, un ragionato, un tesoriere, un cancelliere, altri ufficiali minori e un proprio nunzio nella Dominante (Perolini 1982, pp. 57-61).

Per ritrovare significative modifiche alla struttura amministrativa dobbiamo passare al periodo napoleonico.

La costituzione della Repubblica cisalpina, emanata il 20 messidoro anno V (8 luglio 1797), stabiliva la divisione del territorio in undici dipartimenti: Adda (con capoluoghi Lodi e Crema in alternanza per un periodo biennale); Alpi Apuane (capoluogo Massa), Crostolo (capoluogo Reggio), Lario (capoluogo Como), Montagna (capoluogo Lecco), Olona (capoluogo Milano), Panaro (capoluogo Modena), Po (capoluogo Cremona), Serio (capoluogo Bergamo), Ticino (capoluogo Pavia), Verbano (capoluogo Varese).

In base alla legge 29 messidoro anno V (17 luglio 1797), sulla organizzazione delle municipalità, i dipartimenti erano retti dalle amministrazioni centrali dipartimentali, composte da cinque membri, che riproducevano a livello periferico la struttura funzionale del direttorio esecutivo, l’organo preposto con poteri esecutivi all’amministrazione centrale della repubblica.

Con la legge 23 fiorile anno IX (13 maggio 1801), fu stabilita la nuova compartimentazione territoriale della repubblica con la ripartizione dei dipartimenti in distretti e in comuni. In base alla stessa legge il territorio cremasco già incluso nel dipartimento dell’Adda e Oglio fu aggregato al dipartimento del Lario.

Con la costituzione della Repubblica Italiana, il numero dei dipartimenti rimase invariato. Le novità maggiori furono introdotte sul piano dell’organizzazione amministrativa dei dipartimenti, dal decreto 6 maggio 1802, che, in luogo delle preesistenti amministrazioni dipartimentali, istituiva le prefetture e le viceprefetture.  Le prefetture avevano sede nei capoluoghi dipartimentali, le viceprefetture nei capoluoghi distrettuali con competenze su circondari che furono successivamente fatti coincidere con i distretti. I distretti erano ulteriormente suddivisi in cantoni, nel cui capoluogo aveva sede il cancelliere del censo.

In seguito alla costituzione del regno d’Italia, fu pubblicato il decreto 8 giugno 1805, per la ripartizione dei dipartimenti in distretti, in cantoni, e in comuni.  L’ordinamento amministrativo dei dipartimenti già esistenti venne in seguito gradualmente esteso ai nuovi dipartimenti creati nei territori poi annessi al regno stesso.

Nel 1806, in applicazione del trattato di Presburgo, si ebbe l’aggregazione al regno d’Italia dei territori ex veneti posti ad oriente del fiume Mincio, che dopo il 1796 erano stati brevemente soggetti all’Austria. Ai dodici dipartimenti già esistenti si unirono i seguenti: Adige (capoluogo Verona), Adriatico (capoluogo Venezia), Brenta (capoluogo Padova), Bacchiglione (capoluogo Vicenza), Tagliamento (capoluogo Treviso), Piave (capoluogo Belluno), Passariano (capoluogo Udine), Istria (capoluogo Capo d’Istria). La compartimentazione dei territori ex veneti venne definita con le leggi 22 dicembre 1807, e 27 gennaio 1808 per il dipartimento dell’Adige. Nel 1808, si ebbe l’aggregazione al regno d’Italia dei territori delle province ex pontificie di Urbino, Ancona e Macerata e Camerino che vennero riuniti nei tre dipartimenti del Metauro (capoluogo Ancona), Musone (capoluogo Macerata), Tronto (capoluogo Fermo). La compartimentazione dei territori ex pontifici venne definita con la legge 21 aprile 1808 (Zaghi 1989; Roberti 1947).

 

Bibliografia legislativa:

legge 9 termidoro anno V: legge 9 termidoro anno V (27 luglio 1797) per l’inclusione nella Cisalpina dei territori delle legazioni di Bologna, Ferrara e della Romagna e del ducato di Modena, Raccolta degli ordini, avvisi e proclami pubblicati in Milano nell’anno V repubblicano, Milano,1797, III, p. 93;

legge 13 brumale anno VI: legge 13 brumale anno VI (3 novembre 1797) per la suddivisione

in dipartimenti del territorio della Cisalpina, Raccolta degli ordini, avvisi e proclami pubblicati in Milano nell’anno V repubblicano, Milano, 1797, IV, p. 4;

legge 25 brumale anno VI: legge 25 brumale anno VI (15 novembre 1797) per lo stabilimento dei confini della Cisalpina, Raccolta degli ordini, avvisi e proclami pubblicati in Milano nell’anno V repubblicano, IV, Milano, 1797, p. 26;

legge 15 fruttidoro anno VI: legge 15 fruttidoro anno VI (1 settembre 1798) sulla divisione della repubblica in dipartimenti, Raccolta degli ordini, avvisi e proclami pubblicati in Milano nell’anno V repubblicano, III, Milano, 1797, p. 229;

legge 21 vendemmiale anno IX: legge 21 vendemmiale anno IX (13 ottobre 1800) sull’aggregazione alla Cisalpina dei territori già soggetti al Piemonte sabaudo, Raccolta delle leggi, ordini e avvisi pubblicati in Milano, Milano, 1800, p. 144;

legge 22 dicembre 1807: legge 22 dicembre 1807 per la compartimentazione dei territori ex veneti, Bollettino delle leggi del regno d’Italia, 1807, III, p. 90;

legge 27 gennaio 1808: legge 27 gennaio 1808 per la compartimentazione del dipartimento dell’Adige, Bollettino delle leggi del regno d’Italia, Milano, 1808, I, p. 85;

legge 21 aprile 1808: legge 21 aprile 1808 per la compartimentazione dei territori ex pontifici, Bollettino delle leggi del regno d’Italia, Milano, 1808, I, p. 413. 

 

Bibliografia:

Saitta 1952: A. Saitta, Costituenti e costituzioni della Francia moderna, Torino, Einaudi 1952, in cui viene riportato il testo integrale della costituzione della Repubblica francese citata.

 

AMMINISTRAZIONE CENTRALE DIPARTIMENTALE, 1797-1805

 

In seguito alla emanazione della costituzione della Repubblica cisalpina dell’anno V, in data 8 luglio 1797, la legge sulla organizzazione delle municipalità 29 messidoro anno V (17 luglio 1797) istituiva nei dipartimenti l’amministrazione centrale dipartimentale composta da cinque membri che riproducevano a livello periferico la struttura del direttorio esecutivo, l’organo che deteneva il potere esecutivo della repubblica.  Le amministrazioni centrali dipartimentali erano però organi con competenze strettamente inerenti alla gestione amministrativa, e avevano vari compiti: fissare le circoscrizioni dei distretti e dei comuni, attendere alla formazione dei comizi primari, vigilare sulle municipalità, verificarne e pubblicarne i rendiconti, esaminare i reclami contro gli amministratori e reprimerne gli abusi, sovrintendere al riparto delle contribuzioni dirette tra le municipalità del dipartimento.  La legge prevedeva che i cinque membri eleggessero un presidente a rotazione che veniva rinnovato ogni tre mesi; i cinque membri componenti le amministrazioni dipartimentali potevano durare in carica per cinque anni; un quinto dei membri decadeva per sorteggio dalla propria carica ed era rinnovabile annualmente, la loro nomina avveniva attraverso le elezioni che si tenevano nelle assemblee elettorali dipartimentali costituite da cittadini dei distretti selezionati in base al censo. I primi membri vennero nominati personalmente per decreto dal generale Bonaparte.

In seguito alla proclamazione della nuova costituzione dell’anno VI (1 settembre 1798), imposta dall’ambasciatore del direttorio Trouvé, vennero introdotte alcune modifiche nell’organizzazione amministrativa dei dipartimenti intese a stabilire un maggior controllo del direttorio esecutivo sulle amministrazioni periferiche. L’amministrazione centrale dipartimentale venne portata da cinque a soli tre membri, rinnovabili per un terzo ogni due anni; il controllo della stessa amministrazione dipartimentale esercitato sulle amministrazioni municipali venne reso più incisivo estendendone le competenze anche alla vendita e alla gestione dei beni nazionali concessi in affitto, all’operato della guardia nazionale, al funzionamento degli istituti di assistenza e beneficenza e delle scuole, alla gestione dell’ordine pubblico, alla conservazione dei boschi, al mantenimento di strade, canali e altre opere di interesse pubblico. Le amministrazioni centrali emettevano gli ordini di pagamento per i ricevitori dipartimentali riguardanti le spese delle amministrazioni ad esse soggette sui fondi destinati dal ministero delle finanze. Al contempo esse erano incaricate della diffusione delle normative emanate dal governo. L’amministrazione dipartimentale aveva inoltre l’obbligo di riunirsi ogni giorno.  Nella costituzione dell’anno V era espressamente prevista la nomina da parte del direttorio di un commissario presso ciascuna amministrazione dipartimentale con il compito esplicito di verificare e sollecitare la tempestiva e corretta applicazione delle leggi.  In realtà il mandato affidato al commissario nell’ambito del dipartimento dal direttorio era più vasto, in quanto si estendeva anche al controllo sulle amministrazioni municipali, sulla polizia e sulla guardia nazionale, e più in generale sullo “spirito pubblico”.  Il commissario in pratica assicurava una funzione primaria di controllo politico diretto del direttorio esecutivo sull’operato delle stesse amministrazioni centrali dipartimentali oltre che su quelle municipali, in un periodo in cui le modalità di selezione dei membri di tali amministrazioni non davano ancora garanzie di una piena omologazione agli indirizzi del potere esecutivo, per l’ assenza di una struttura burocratica accentrata. I termini degli interventi di controllo dei commissari sulle amministrazioni dipartimentali risultano meglio precisati nella legge sull’organizzazione e sulle funzioni dei corpi e amministrativi pubblicata il 15 fruttidoro anno VI (1 settembre 1798): nella legge veniva rimarcata l’esigenza che le deliberazioni delle amministrazioni dipartimentali fossero sempre sottoposte ai commissari per essere approvate preventivamente alla loro emanazione.  Il periodo precedente all’istituzione della repubblica italiana, seguita nel gennaio 1802, presenta una fase di evoluzione nella definizione degli organi preposti all’amministrazione dei dipartimenti e delle loro competenze. Con decreto 12 brumale anno IX (3 novembre 1800) venne disposta la soppressione della amministrazione centrale dipartimentale del Reno, ma in seguito provvedimenti analoghi vennero presi anche per gli altri dipartimenti; alla soppressione delle ammistrazioni seguiva la contestuale nomina dei commissari straordinari, chiamati a surrogarne le funzioni, e a svolgere una funzione non più limitata al mero controllo, ma estesa alla gestione amministrativa diretta, che in qualche modo prefigura il ruolo dei prefetti (Antonielli 1983).

Lo svuotamento delle funzioni in precedenza già assegnate alle amministrazioni centrali dipartimentali previste dalla costituzione cisalpina risulta confermato anche dal decreto 6 maggio 1802, nel quale si rilevava che l’amministrazione dipartimentale era “notabilmente ineguale nei metodi e nelle competenze delle autorità che le presiedono”. Tale decreto stabiliva l’istituzione delle prefetture e delle viceprefetture, introducendo nell’ordinamento della repubblica istituti funzionali ad una gestione fortemente accentrata dei poteri amministrativi ricalcati sul modello francese.  Lo stesso decreto 6 maggio 1802 assegnava ai prefetti e ai viceprefetti le funzioni di controllo sulle amministrazioni municipali del dipartimento già svolte in precedenza dalle amministrazioni dipartimentali, e stabiliva che queste dovessero limitare le proprie funzioni di controllo unicamente alle amministrazioni municipali dei centri capoluogo in cui erano situate.  Con la successiva legge sull’organizzazione delle autorità amministrative 24 luglio 1802 l’amministrazione dipartimentale venne invece riattivata, ma la continuità nominativa non rispecchiava quella delle funzioni assegnate a quello che di fatto era un istituto del tutto diverso dal precedente: alla nuova amministrazione dipartimentale furono infatti attribuite le competenze assegnate in precedenza al consiglio di prefettura non più previsto dalla stessa legge; in essa veniva concentrata la gestione di “tutti gli affari del dipartimento e della privativa amministrazione de’ fondi e spese che la legge ha dichiarate dipartimentali” (art. 39); in base alla stessa legge le amministrazioni dipartimentali estendevano la propria competenza anche ad altri importanti aspetti quali il riparto delle imposte tra i comuni, la gestione delle opere pubbliche e il controllo contabile del ricevitore dipartimentale.

L’amministrazione dipartimentale era composta da sette membri nei dipartimenti maggiori (Olona e Reno), e da cinque membri nei rimanenti; i membri venivano scelti su una doppia lista di candidati proposta dai consigli generali, ma dovevano essere iscritti nei collegi elettorali, di cui potevano fare parte solo cittadini selezionati su base censitaria nei termini previsti dalla costituzione. Questi istituti concentravano una doppia funzione di gestione amministrativa e di rappresentanza degli interessi locali, in quanto ricevevano i ricorsi inoltrati da particolari, corpi e comunità del dipartimento per trasmetterli al prefetto. A differenza della situazione vigente nella fase precedente, segnata dalla costituzione della repubblica cisalpina, il peso delle amministrazioni dipartimentali nella nuova situazione venutasi a creare dopo l’istituzione delle prefetture era contemperato dal ruolo dello stesso prefetto, il rappresentante del potere esecutivo in sede periferica, cui esse restavano in ogni modo gerarchicamente subordinate. Lo stesso prefetto poteva in casi eccezionali previsti dalla legge sciogliere le amministrazioni dipartimentali e sostituirle provvisoriamente, come garanzia per una corretta amministrazione.  Certamente la reintroduzione delle amministrazioni dipartimentali, vista dal governo come una scelta funzionale agli equilibri politici e al consenso dei ceti in esse rappresentati, venne a creare una situazione di potenziale conflitto di poteri con il prefetto (Antonielli 1983). Tale situazione venne risolta definitivamente con la soppressione delle amministrazioni dipartimentali disposta con il decreto sull’amministrazione pubblica e sul comparto territoriale del regno 8 giugno 1805, che accentrava le funzioni e i poteri in precedenza commessi a tali istituti attribuendoli al prefetto (Coraccini 1823; Roberti 1947; Ghisalberti 1974; Zaghi 1989).

 

Bibliografia legislativa:

decreto 12 brumale anno IX: decreto 12 brumale anno IX (3 novembre 1800) per la soppressione dell’amministrazione centrale dipartimentale del Reno, Collezione di proclami, avvisi, editti, ordini pubblicati dal giorno 13 pratile anno VIII, Milano, 1800, III, p. 99.

 

PREFETTURA, 1802-1816; VICEPREFETTURA, 1802-1816

 

In seguito alla costituzione della repubblica italiana nel gennaio 1802, con il successivo decreto 6 maggio 1802, furono introdotte importanti modifiche destinate a rimodellare in profondità la struttura e le funzioni degli apparati dell’amministrazione periferica esistenti a livello dipartimentale. Il decreto 6 maggio 1802 disponeva l’istituzione delle prefetture e delle viceprefetture, definendo una prima regolamentazione, ancora provvisoria, degli organi amministrativi presenti a livello dei dipartimenti e delle rispettive competenze.

In base al decreto le prefetture avevano sede nel capoluogo di ogni dipartimento, ed erano dirette da un prefetto, affiancato da due luogotenenti con voto consultivo, uno deputato agli affari amministrativi e l’altro agli affari legali e di polizia; il prefetto era inoltre assistito nelle proprie funzioni da un consiglio generale di prefettura composto da cinque o da sette cittadini nei soli dipartimenti Reno e Olona, avente solo voto consultivo. Lo stesso decreto 6 maggio 1802 prevedeva anche l’istituzione delle viceprefetture in alcuni capoluoghi distrettuali indicati in un’apposita tabella ad esso allegata. Nel rispettivo distretto il viceprefetto esercitava le medesime funzioni del prefetto: in questo modo venne di fatto introdotta una nuova circoscrizione, il circondario di giurisdizione del viceprefetto, del quale però non vi era espressa menzione nella legge, ma la cui esistenza si poteva dedurre dalle disposizioni della legge stessa. Tale circondario però non coincideva col distretto, e la soluzione di tale intricata situazione venne provvisoriamente rimessa all’arbitrio del governo, che, in base a quanto stabilito nella legge sull’organizzazione delle autorità amministrative 24 luglio 1802 avrebbe determinato con precisione la nuova ripartizione territoriale entro tre anni (art. 27).

Le attribuzioni dei viceprefetti vennero mantenute, ma con carattere quasi provvisorio anche dalla stessa legge 24 luglio 1802, tanto più che nello stesso decreto erano mantenuti anche i distretti con un cancelliere ed un consiglio distrettuale “organi immediati del governo” (art. 148).

L’incertezza normativa derivante dal fatto che i distretti non compresi nei circondari con capoluogo la sede di residenza dei viceprefetti dipendessero direttamente dalla rispettiva prefettura in base al decreto 6 maggio 1802, art. 3, vennero risolti attraverso interventi legislativi più organici attuati nei due anni seguenti.  L’istituzione delle viceprefetture non aveva ottenuto i risultati politico-amministrativi sperati, come confermava un’inchiesta interna condotta dal governo presso i prefetti allo scopo di valutare l’opportunità di mantenere in vita tali istituti; i risultati dell’inchiesta avevano ovviamente evidenziato i diffusi problemi derivanti dai conflitti di competenza con gli stessi prefetti.

Alla soppressione delle viceprefetture di Cento e di Castelnuovo decretata il 16 agosto 1803, e di quella di Crema decretata il successivo 27 agosto 1803, fece seguito il decreto 27 marzo 1804 che disponeva l’abolizione di tutte le viceprefetture, ad eccezione di quelle di Massa e Sondrio che proseguirono nelle proprie funzioni fino alla fine del regno d’Italia. Tutti i rimanenti circondari già soggetti alle viceprefetture vennero così riuniti alla giurisdizione del prefetto in base allo stesso decreto. Il decreto 8 giugno 1805, sull’amministrazione pubblica e sul comparto territoriale accennava alle viceprefetture, e prevedeva la nomina del viceprefetto “delegato del prefetto per l’amministrazione del distretto” (art. 13) con evidente riferimento alle sole due viceprefetture ancora esistenti.  Lo stesso decreto per lo stabilimento delle prefetture e viceprefetture 6 maggio 1802 già citato istituiva anche un organo con eplicite funzioni di rappresentanza degli interessi locali, il consiglio generale dipartimentale, che doveva essere così formato: “ogni amministrazione comunale nomina(va) un cittadino fra i possidenti del dipartimento; una deputazione di notabili da destinarsi dal governo sceglie(va) fra i nominati fino al numero di ventuno. Il consiglio si rinnova( va) per un terzo ogni anno” (art. 6).

Le attribuzioni del prefetto erano state delineate dal decreto 6 maggio 1802. Con la legge 24 luglio 1802 gli organi dell’amministrazione dipartimentale e le rispettive funzioni vennero precisate e meglio definite: il prefetto venne confermato nel ruolo di organo di trasmissione del potere esecutivo immediato del governo nei dipartimenti (art. 7); nelle proprie funzioni doveva essere coadiuvato da due luogotenenti e da un segretario generale che formavano il consiglio di prefettura e che erano nominati e potevano essere rimossi dal governo. In base alla legge 24 luglio 1802 al prefetto e ai luogotenenti vennero assegnate nuove competenze fra cui quella di foro giudiziario nelle controversie della pubblica amministrazione. Il voto del consiglio di prefettura era consultivo (art. 13), ma quello dei luogotenenti era necessario (art. 19), ed in caso di difformità di opinioni tra prefetto e consiglio di prefettura la questione era sottoposta al giudizio del consiglio legislativo (art. 14). In un primo tempo i componenti del consiglio di prefettura non erano funzionari di carriera, ma vennero scelti fra i cittadini del dipartimento. Il consiglio di prefettura, già previsto dal decreto 6 maggio 1802, venne ad assumere con la legge 24 luglio 1802 la nuova denominazione di amministrazione dipartimentale, e vide definite in modo più preciso le proprie attribuzioni: gli amministatori dipartimentali erano ”solidalmente incaricati (della gestione) di tutti gli affari del dipartimento e della privativa aministrazione dei fondi e spese dipartimentali” (art. 39). Con lo stesso decreto fu inoltre modificata la formazione dei consigli generali dipartimentali, organi di rappresentanza i cui membri vennero nominati dai singoli comuni in proporzione al numero di abitanti (art. 53) e si rinnovavano parzialmente per sorte ogni anno e per intero ogni cinque.  Avevano competenze in materia finanziaria e si radunavano solo due volte l’anno (aprile e ottobre) per i bilanci preventivi e consuntivi; i loro poteri nel corso dell’anno erano praticamente delegati alle amministrazioni dipartimentali (art. 42).

Le Istruzioni per l’organizzazione interna degli uffici delle Prefetture pubblicate a stampa senza data, ma riferibili al 1802, ne definivano con precisione l’articolazione interna, prevedendo che ciascuna prefettura dovesse avere una segreteria generale e due distinte sezioni per il disbrigo degli affari con competenze su materie differenziate. Alla prima sezione, a cui era preposto il luogotenente d’amministrazione, risultavano assegnati i seguenti oggetti: censo e imposte; proprietà e debito comunali; manutenzione delle strade; regolazione dei canali demaniali e delle acque in genere, controllo sugli enti assistenziali. Alla seconda sezione, a cui era preposto il luogotenente legale, erano attribuite le seguenti competenze: gestione dell’ordine pubblico, affari di polizia, impiego della guardia nazionale, funzionamento delle carceri e degli ospedali, funzionamento degli uffici giudiziari presenti a livello periferico. I luogotenenti erano in pratica due collaboratori subalterni al prefetto direttamente impiegati nel disbrigo degli affari di loro competenza (Capra 1978).

Le mutate condizioni politiche conseguenti al cambiamento costituzionale comportato dalla formazione del regno d’Italia determinarono mutamenti significativi anche negli organi di governo e di rappresentanza presenti a livello dell’amministrazione periferica in ambito dipartimentale. Il decreto 8 giugno 1805 sull’amministrazione pubblica stabiliva la nomina da parte dell’imperatore francese, sovrano del regno d’Italia, di tutti i funzionari delle amministrazioni periferiche che in precedenza erano nominati o eletti in modi diversi.

Per quanto riguardava le Prefetture, le modifiche più consistenti introdotte dal decreto 8 giugno 1805 riguardavano il consiglio di prefettura, che subentrava definitivamente all’amministrazione dipartimentale assorbendone le funzioni, e diventando però un organo collegiale, formato da un numero di funzionari di carriera variabile dai tre, previsti nei dipartimenti Adda, Adige, Crostolo, Panaro, ai quattro previsti negli altri dipartimenti. Le funzioni dei consigli di prefettura vennero notevolmente allargate includendo le decisioni in merito a controversie per esecuzioni dei regolamenti del censo, le controversie tra la pubblica amministrazione ed appaltatori di opere pubbliche, i ricorsi di privati contro gli appaltatori, i ricorsi dei privati per danni derivati dalla costruzione di opere pubbliche e le relative controversie derivate, e infine le richieste di autorizzazione a stare in giudizio da parte di comuni, istituti pubblici di beneficenza e di istruzione.  Il prefetto poteva sospendere o approvare le decisioni dei consigli comunali e distrettuali, ma non quelle dei consigli di prefettura che avevano anche la prerogativa di rivedere il bilancio consuntivo e fissavano quello preventivo delle prefetture.

In base allo stesso decreto 8 giugno 1805 risultarono notevolmente ristrette le funzioni dei consigli generali dei dipartimenti, ridotti ormai unicamente ad esporre al ministro degli interni le esigenze e i reclami del dipartimento (art. 10) (Roberti 1947; Ghisalberti 1974; Antonielli 1983; Zaghi 1989).

 

Bibliografia legislativa:

decreto 16 agosto 1803: decreto 16 agosto 1803 per l’abolizione delle viceprefetture di Cento e Castelnuovo, Bollettino delle leggi della Repubblica Italiana, Milano, 1803, II, p. 179;

decreto 27 agosto 1803: decreto 27 agosto 1803 per l’abolizione della viceprefettura di Crema, Bollettino delle leggi della Repubblica Italiana, 1803, II, p. 185;

decreto 27 marzo 1804: decreto 27 marzo 1804 per l’abolizione delle viceprefetture eccetto quelle di Massa nel Crostolo e di Sondrio nel Lario, Bollettino delle leggi della Repubblica Italiana, Milano, 1804, I, p. 187.

 

Bibliografia:

Capra 1978: C. Capra, L’età rivoluzionaria e napoleonica in Italia 1796-1815, Torino 1978, in cui vengono riportati ampi stralci delle “Istruzioni per l’organizzazione interna degli uffici delle prefetture” citate.

                                                         

DISTRETTO, 1797-1816; CANTONE, 1805-1816

 

La costituzione della prima repubblica cisalpina dell’anno V emanata in data 20 messidoro (8 luglio 1797) divideva il territorio in undici dipartimenti, ciascun dipartimento veniva diviso in distretti e ogni distretto in comunità le quali mantenevano la loro precedente circoscrizione. Le circoscrizioni distrettuali apparvero da subito poco aderenti alla realtà dei territori, tanto che l’articolo 193 della stessa costituzione, accennando ai vincoli di subordinazione e di controllo delle varie circoscrizioni, non nominava i distretti.  In ciascun distretto doveva esserci almeno un’amministrazione municipale (art. 174); in caso di comuni con meno di tremila abitanti, retti da un agente e da un aggiunto, l’unione degli ufficiali municipali dei comuni costituenti il distretto formava la municipalità del distretto, mentre i comuni che avevano più di tremila abitanti costituivano un distretto a sé.

Le modifiche introdotte nell’organizzazione amministrativa della repubblica cisalpina in seguito alla proclamazione della nuova costituzione dell’anno VI (1 settembre 1798) per quanto riguarda i distretti comportarono l’innalzamento del numero degli abitanti necessari perché un singolo comune potesse costituire da sé solo un distretto da tremila a diecimila unità.

Novità significative furono introdotte dal decreto 6 maggio 1802, che istituiva le prefetture e viceprefetture.  La residenza dei viceprefetti venne fissata nei capoluoghi di alcuni distretti indicati dalla tabella allegata alla stessa legge; nel “rispettivo circondario (termine da intendersi solo nella accezione di confine territoriale) il viceprefetto esercitava le funzioni del prefetto. I circondari di giurisdizione del viceprefetto però non coincidevano con i distretti, per cui poco tempo dopo in base alla legge del 24 luglio 1802, la loro armonizzazione venne provvisoriamente rimessa all’arbitrio del governo, che avrebbe dovuto provvedere a determinarli entro tre anni (art. 27), come di fatto poi avvenne.

I distretti non compresi nei circondari di giurisdizione dei viceprefetti dipendevano direttamente dalla rispettiva prefettura, ed in ognuno di essi venne stabilito un cancelliere ed un consiglio distrettuale, il primo con funzioni esecutive, il secondo con funzioni deliberative. Tali decisioni vennero confermate e precisate in seguito con la legge 24 luglio 1802 in cui si stabiliva che ogni distretto fosse amministrato da un cancelliere e da un consiglio distrettuale al quale ogni comune mandava un proprio deputato; cancelliere e deputati del consiglio distrettuale erano organi immediati del governo nel rispettivo distretto (art. 148); come delegati del governo dovevano diramare leggi regolamenti e proclami, trovandosi per certi versi sottratti all’autorità dei viceprefetti, dipendenti invece direttamente dal prefetto.

Il decreto 14 novembre 1802, riguardante la provvisoria distrettuazione per la legge di coscrizione, stabiliva che, fino alla definitiva organizzazione dei distretti, già prevista dalla legge di coscrizione 13 agosto 1802, si dovessero ritenere per distretti nei territori della Lombardia soggetti al sistema censuario l’insieme dei comuni sottoposti ad un medesimo cancelliere del censo; nei territori in cui non esisteva il sistema censuario si dovevano invece ritenere per distretti le aggregazioni di comuni che al momento avevano l’amministrazione complessiva di molte comunità.  Il decreto 8 giugno 1805 sull’amministrazione pubblica e sul comparto territoriale pubblicato in seguito alla costituzione del regno d’Italia, stabiliva l’esistenza del viceprefetto “delegato del prefetto per l’amministrazione del distretto” (art. 13), e confermava nelle proprie funzioni il consiglio distrettuale già esistente, composto di undici membri (art. 12). In base alla compartimentazione territoriale dei dipartimenti nel regno prevista con la stessa legge, i distretti risultavano ulteriormente divisi in circoscrizioni di minore ampiezza comprendenti più comuni chiamati cantoni. Nel capoluogo dei cantoni era fissata la residenza del cancelliere del censo.

La circoscrizione territoriale dei distretti e dei cantoni non cessò di subire anche nel periodo successivo

modifiche che comportavano il passaggio dei cumuni da un distretto o da un cantone all’altro, e la soppressione o lo spostamento dei cantoni in un dipartimento diverso; tali cambiamenti avvennero attraverso interventi legislativi ad hoc, non coincidenti però con le leggi indicanti le attribuzioni amministrative di tali enti (Roberti 1947; Zaghi 1989).

 

Bibliografia legislativa:

legge 13 agosto 1802: legge 13 agosto 1802 per la coscrizione, Bollettino delle leggi della Repubblica Italiana, Milano, 1802, II;

decreto 14 novembre 1802: decreto 14 novembre 1802 per la provvisoria distrettuazione della legge di coscrizione, Bollettino delle leggi della Repubblica Italiana, Milano, 1802, II.

 

CANCELLIERE DISTRETTUALE, 1797-1805; CANCELLIERE DEL CENSO, 1805-1815

 

Il cancelliere distrettuale, organo dell’amministrazione periferica nella repubblica cisalpina, assume nel primo periodo fisionomie diverse nei territori già appartenenti alla Lombardia austriaca e alla Repubblica veneta. L’applicazione della legge d’esecuzione dell’atto costituzionale del 9 luglio 1797 lasciava ampio spazio ai governi provvisori di continuare nelle loro incombenze fino a che non si fossero definitivamente organizzate le amministrazioni dei dipartimenti.  Nei territori già inclusi nella Lombardia austriaca, il cancelliere distrettuale presenta una maggiore continuità di funzioni e competenze con il cancelliere del censo, organo dell’amministrazione periferica attivato in seguito alle riforme amministrativa e censuaria teresiana. Nei territori già appartenenti alla Repubblica veneta, in area bergamasca e bresciana, il ruolo del cancelliere distrettuale venne inizialmente rivestito dai sindaci generali delle quadre e dai tesorieri delle valli. Questi funzionari, che si uniformavano al nuovo regime sulla base di disposizioni particolari emanate dal ministero dell’interno attraverso l’amministrazione dipartimentale, erano gli unici che potevano possedere la competenza necessaria per gestire le funzioni del cancelliere distrettuale: come già i cancellieri del censo, essi erano preposti al riparto e all’esazione delle imposte nei comuni, e formavano i quinternetti delle esazioni fiscali. Un ulteriore riscontro di tale avvicendamento può essere rinvenuto nel decreto riguardante la provvisoria distrettuazione per l’esecuzione della legge di coscrizione del 14 novembre 1802 dove viene precisato che, fino a quando non siano organizzati i distretti secondo la legge del 24 luglio dell’anno, stesso si riterranno distretti quelli già esistenti definiti secondo il sistema censuario della Lombardia sotto la direzione del cancelliere del censo. Nei territori in precedenza non inclusi nella Lombardia austriaca e dove il sistema censuario predetto non era mai stato in vigore, si definiscono come distretti le circoscrizioni che ora hanno un’amministrazione e che comprendono un numero variabile di comunità.  Nei commi 3 e 4 dell’art. 1 si continua a fare riferimento alle preesistenti cancellerie del censo o a circoscrizioni di comuni non meglio specificate, riferibili a quelle preesistenti nei territori già appartenenti alla Repubblica di Venezia (quadre e valli). All’art. 2 viene specificato che i cancellieri del censo svolgeranno le funzioni di cancellieri distrettuali; dove questi non esistessero vi supplirà il prefetto del dipartimento con la nomina di delegati speciali.

Con la nuova organizzazione dipartimentale e distrettuale portata dalla repubblica italiana, con la legge del 24 luglio 1802, si definiscono in modo più preciso il ruolo e le funzioni del cancelliere distrettuale.  Questo funzionario, nominato e revocato dal governo era l’organo dell’amministrazione periferica del governo stesso presente in ogni distretto (art. 148).  Come delegato del governo doveva diramare le leggi, i regolamenti, i proclami e verificarne la pubblicazione (art.149). Custodiva i libri censuari dei comuni compresi nei rispettivi distretti facendo le dovute trascrizioni relative ai cambiamenti di proprietà (art.150). In materia di censo doveva effettuare le ispezioni demandategli dal ministero dell’interno (art.151). I cancellieri, in questo nuovo ordinamento, fungevano anche da segretari nei comuni di terza classe (artt. 98, 123 e 152); conservavano il registro civico di ciascun comune (art.152); convocavano il consiglio distrettuale (art.153). L’acquisizione delle funzioni già espletate dai cancellieri del censo è ulteriormente sancita dalla disposizione in cui si dichiara che il governo “provvisoriamente determina la misura delle indennizzazioni che i cancellieri ricevono dal tesoro nazionale come suoi delegati pel censo; quella che debbano conseguire dalle rispettive comuni come loro segretari è proposta dalla municipalità ed approvata dal prefetto” (art.156). Le funzioni del cancelliere distrettuale rispetto alle iscrizioni e alle cancellazioni sul registro civico sono regolate dalle disposizioni contenute nel titolo II artt. 9-29 della legge sulla tassa personale in favore delle comuni del 24 luglio 1802.  In questa fase le vice prefetture sono collocate in circondari che si sovrappongono, come circoscrizione amministrativa, a quella dei distretti (decreto 6 maggio 1802).

Con il passaggio dalla Repubblica italiana al Regno d’Italia e con la ripartizione del territorio in dipartimenti, distretti, cantoni e comuni (decreto 8 giugno 1805, titolo I) nel capoluogo di ciascun distretto viene prevista la presenza, al posto del cancelliere distrettuale, del vice prefetto, strettamente collegato al prefetto, dal quale assume la delega e al quale deve dare parere motivato su tutti gli oggetti amministrativi, e viene istituito un consiglio distrettuale competente a fissare la sovrimposta distrettuale e a dare il suo parere sullo stato e sui bisogni e reclami del distretto (art. 14). In ogni capoluogo di cantone (titolo IV) viene prevista la presenza di un cancelliere del censo per le materie amministrative; lo stesso cancelliere “custodisce i libri censuari de’ comuni compresi nel cantone e vi fa le opportune annotazioni in caso di traslazione di dominio”. La regolamentazione dell’ufficio del cancelliere del censo è contenuta nel decreto 5 dicembre del 1805.

 

COMUNE, 1797-1802

 

La prima riorganizzazione organica delle amministrazioni locali seguita all’instaurazione dei governi provvisori dopo la campagna d’Italia del generale Napoleone Bonaparte dell’aprile-maggio del 1796 venne definita nella costituzione della repubblica cisalpina dell’anno V emanata in data 20 messidoro (8 luglio 1797); il funzionamento e l’articolazione delle funzioni delle stesse amministrazioni venne ulteriormente definito dalla successiva legge 17 luglio 1797 di organizzazione delle municipalità.

Nel titolo I della medesima costituzione veniva stabilita la suddivisione del territorio della repubblica in dipartimenti, distretti e comunità; gli organi dell’amministrazione locale venivano invece descritte nel titolo VII dedicato ai “corpi amministrativi e municipali”.  La costituzione dell’anno V stabiliva una differenziazione delle amministrazioni municipali e dei rispettivi organi determinata in base al numero degli abitanti. Nei comuni con popolazione superiore a 100.000 abitanti il circondario era diviso in almeno tre amministrazioni municipali, in modo che il circondario di ogni municipalità venisse a comprendere una popolazione non inferiore ai 30.000 e non superiore ai 50.000 abitanti. La municipalità che amministrava questi circondari doveva essere composta da 7 membri (art. 183). Nei comuni divisi in diverse municipalità era comunque previsto un “dicasterio centrale”, composto da tre membri, con competenze in oggetti definiti “indivisibili” dal corpo legislativo (art. 184).  Nei comuni con popolazione compresa tra 3.000 e 100.000 abitanti vi era invece una sola amministrazione municipale (art. 178), costituita da un diverso numero di “uffiziali municipali” a seconda della popolazione (art. 182). Nei comuni con popolazione inferiore ai 3.000 erano invece previsti un agente municipale e un aggiunto (art. 179). L’unione degli agenti municipali di ciascun comune del distretto avrebbe dovuto formare la “municipalità del distretto” (art. 180); “vi era inoltre un presidente dell’amministrazione municipale, scelto in tutto il distretto” (art. 181).

La stessa costituzione definiva in dettaglio le condizioni di eleggibilità dei membri della municipalità (art. 176), la durata della loro carica (art. 185), le limitazioni per la loro rielezione (artt. 186-187) o per la loro surroga (art.188). Presso ogni amministrazione municipale era previsto un “commissario”, che, nominato dal “direttorio esecutivo” e scelto fra cittadini domiciliati nel dipartimento, “invigila e sollecita la esecuzione delle leggi” (artt.191-192). Era inoltre stabilita la gerarchia fra i diversi enti territoriali, stabilendo un rapporto organizzativo che comporta la subordinazione delle amministrazioni municipali a quelle dipartimentali (artt. 189, 193-197). Si determina infine che “ogni amministrazione deve ogni anno dare conto delle sue operazioni” (art. 200), imponendo che “tutti gli atti de’ Corpi Amministrativi saranno resi pubblici mediante il deposito del registro in cui sono descritti”, definendone le modalità di compilazione (art. 201).

La struttura e le competenze dell’amministrazione comunale venivano ulteriormente definite nella legge di organizzazione delle municipalità 17 luglio 1797.  La legge stabiliva la soppressione di tutte le municipalità allora esistenti in tutte le città e borghi della repubblica (art. 1) e la loro sostituzione con una municipalità per ogni distretto il cui luogo di residenza sarebbe stato fissato dall’amministrazione dipartimentale (art. 2). Con la legge venivano stabilite anche le modalità di elezione assembleare degli “ufficiali municipali” (artt. 3-4, 8-16), le condizioni per la loro eleggibilità (artt. 5, 41), la durata della carica (art. 26), la surroga in caso di impedimento (art. 30) e il procedimento per entrare nell’esercizio delle funzioni (artt.  31-32). Veniva stabilita la divisione del corpo municipale in due organi: il consiglio e l’ “officio”, definendo per ciascuno di essi compiti e funzioni (artt. 20-25). Erano determinate inoltre le funzioni delle municipalità, distinguendo in “oggetti propri del potere municipale” (artt. 33-34), e competenze delegate dall’amministrazione dipartimentale (artt. 35-36). Veniva ribadito il rapporto gerarchico che intercorreva fra amministrazioni municipali e dipartimentali (artt.  37-40, 42-43), richiamando peraltro l’obbligo della pubblicità dei conti delle municipalità, come previsto dalla costituzione. Venivano definiti anche i ruoli del personale, prevedendo in ciascuna municipalità la presenza di un segretario, nominato dal corpo municipale (art. 19), e di “quattro scrittori ed un usciere” (art.47). Veniva infine stabilito che nei distretti con popolazione superiore ai diecimila abitanti vi fosse un “procuratore del comune”, nominato dal corpo municipale, che “sarà incaricato della difesa e conservazione degli interessi del distretto” (artt. 17-18) (Coraccini 1823; Roberti 1947; Rotelli 1974; Zaghi 1989; Meriggi 1994).

La proclamazione della nuova costituzione della repubblica cisalpina dell’anno VI datata 1 settembre 1798, imposta al corpo legislativo dall’ambasciatore del direttorio della repubblica francese presso la stessa Cisalpina Trouvé, comportava la riforma dell’organizzazione delle amministrazioni locali; tale organizzazione sarebbe stata successivamente precisata dalla “legge sull’organizzazione e sulle funzioni de’ corpi amministrativi” (legge 1 settembre 1798).  Confermata nel titolo I della costituzione la precedente divisione del territorio della repubblica in dipartimenti, distretti e comunità, nel titolo VII venivano ridefinite le prerogative dei “corpi amministrativi e municipali”.

La costituzione ribadiva innanzitutto la diversa organizzazione tra i comuni a seconda del numero di abitanti. Nei comuni con popolazione superiore ai 100.000 abitanti, si avevano almeno tre municipalità, in modo che la popolazione del circondario di ognuna di esse non fosse minore a 30.000 unità (art. 184). In questi comuni – divisi in più municipalità, composte da “sette ufficiali municipali contandovi il presidente” – vi doveva essere un “dicastero centrale”, composto da tre membri nominati dall’amministrazione del dipartimento e confermati dal direttorio, che si occupava degli “oggetti giudicati indivisibili dai consigli legislativi” (art. 185).

I comuni con popolazione compresa tra i 10.000 e i 100.000, avevano una sola municipalità (art. 179), composta da “ sette ufficiali municipali, contandovi il loro presidente”; nel caso in cui un comune di 10.000 o più abitanti aggreghi “qualche piccolo comune della vicinanza” per formare il distretto, la municipalità “è composta dei sette ufficiali municipali del grande comune e dell’ufficiale municipale di ciascuno dei piccoli comuni” (art. 183).

I comuni con meno di 10.000 abitanti avevano invece “un officiale municipale ed uno o due o tre aggiunti” (art. 180). L’unione degli ufficiali municipali dei comuni del medesimo distretto “forma la municipalità del distretto” (art. 181), per ognuna delle quali viene scelto “un presidente della municipalità (art.  182). I membri delle amministrazioni municipali durano in carica due anni, sono “rinnovati ogni anno per metà o per la parte più approssimante alla metà ed alternativamente per la frazione più grande e per la frazione più piccola” (art. 186) e possono essere rieletti solo per due mandati consecutivi (artt. 187-188). In caso di decadenza di un amministratore per “morte, dimissione, destituzione o altrimenti” il direttorio nominava nuovi amministratori, che rimanevano in carica sino alle successive elezioni (art. 198). Presso ogni amministrazione municipale veniva confermato il commissario che, nominato dal direttorio, “invigila e sollecita l’esecuzione delle leggi” (art. 192). Conformemente a quanto già previsto dalla costituzione della repubblica cisalpina dell’anno V, venivano inoltre ribaditi il rapporto gerarchico fra i diversi enti territoriali (art. 193), le forme di controllo cui dovevano sottostare le diverse amministrazioni (art. 199) e il principio di pubblicità di tutti gli atti dei “corpi amministrativi” (art. 200).

L’impianto organizzativo e funzionale delle amministrazioni locali delineato nella costituzione della repubblica cisalpina dell’anno VI venne ulteriormente precisato e definito nella “legge sull’organizzazione e sulle funzioni de’ corpi amministrativi” (legge 1 settembre 1798).

La legge determinava la composizione delle amministrazioni municipali, che dovevano essere formate da un numero variabile di agenti municipali, coadiuvati da aggiunti, con funzioni di supplenza in caso di assenza degli agenti stessi. In essa veniva stabilito che “le comuni di diecimila fino a centomila abitanti formano da sé sole altrettanti distretti” (artt. 24-28); con la definizione dei limiti in base alla consistenza della popolazione per consentire ai comuni di poter formare da soli un distretto veniva pertanto introdotta una modifica alla precedente normativa fissata dalla costituzione 8 luglio 1797 e dalla legge 17 luglio 1797, in cui era stabilita unicamente la possibilità per ogni comune di costituire un distretto senza fissare alcun limite.  Nella legge erano indicate le modalità e la frequenza delle convocazioni delle amministrazioni municipali.

Le municipalità dei comuni con popolazione superiore ai 10.000 abitanti si dovevano riunire almeno una volta ogni tre giorni, ed era stabilito comunque che “nei giorni nei quali non vi è unione della municipalità, uno de’ membri rimane in servizio alla casa del comune ed accudisce agli affari di dettaglio, apre le lettere ed invigila sopra l’ufficio”. A questo, nei casi straordinari, veniva demandato il compito di avvertire il presidente della municipalità “e in sua assenza unisce in di lui nome l’amministrazione straordinariamente” (art. 32). Le amministrazioni municipali di ogni distretto si convocavano in assemblea almeno tre volte al mese, su indicazione dell’amministrazione dipartimentale, con la possibilità di “riunirsi anche straordinariamente, quando lo giudichi necessario al servigio” il presidente dell’amministrazione municipale del distretto ovvero l’agente municipale nominato dal comune capoluogo, in caso di mancanza del presidente (artt. 29-31). Veniva stabilito infine che tutte le determinazioni prese dalle amministrazioni municipali dovessero essere “scritte sopra un registro particolare, nel quale si fa menzione dei membri presenti alla seduta e questi sottoscrivono le determinazioni esposte nel registro” (art. 33). Venivano in seguito descritte le funzioni della municipalità “che sono loro proprie ed altre che sono loro delegate dall’amministrazione dipartimentale” (art. 35).

Fra le funzioni proprie erano contemplate l’organizzazione della “polizia sopra il territorio” e della guardia nazionale, la manutenzione dei ponti e delle strade comunali, l’illuminazione delle strade, il “regolamento e il pagamento delle spese municipali”, la nomina del ricevitore municipale e degli altri salariati, le fazioni militari, gli alloggi, le “vittovaglie” e la sanità (art. 36). Fra le funzioni delegate vi erano invece il “riparto e la percezione delle contribuzioni dirette”, la “soprintendenza all’istruzione pubblica, agli stabilimenti ecclesiastici, ai travagli pubblici del rispettivo circondario, agli ospizi, ospedali e prigioni”, “la circolazione e l’approvvisionamento delle sussistenze” e in generale “tutti gli oggetti sopra i quali le amministrazioni dipartimentali chiamano la loro attenzione” (art. 37).

Erano quindi definite le funzioni del “commissario”, che assisteva a tutte le deliberazioni delle amministrazioni municipali, senza “voce deliberativa”. Egli poteva “chiedere la comunicazione di tutti gli atti dell’amministrazione, di tutte le carte d’ogni corrispondenza sia “attiva che passiva”, “invigila per l’esecuzione delle leggi e delle decisioni del direttorio esecutivo”, “corrisponde coi diversi ministri ed è tenuto a fornir loro quelle informazioni e schiarimenti che secondo le rispettive loro attribuzioni, gli verranno richieste” (art. 46). Doveva risiedere nel luogo dove esercita le sue funzioni e, in caso di impedimento, poteva essere sostituito da un supplente, nominato dall’amministrazione (artt. 47-48). Infine veniva stabilito che in ogni municipalità vi fosse un segretario, nominato dall’amministrazione, il quale “ha la custodia delle carte, controfirma le spedizioni ed è obbligato a residenza”, ed “è responsabile dell’andamento di tutto l’ufficio” (artt. 49-50) (Coraccini 1823; Roberti 1947; Rotelli 1974; Zaghi 1989; Meriggi 1994).

 

COMUNE (1802-1805)

 

La nuova organizzazione dei comuni, seguita alla proclamazione della repubblica italiana venne definita dalla legge sull’organizzazione delle autorità amministrative 24 luglio 1802. Nel titolo I sulla “organizzazione generale” dello stato la legge citata stabiliva che “in ogni comune vi è una municipalità e un consiglio comunale”, quindi dedicava alla definizione della struttura dell’amministrazione comunale il titolo VI “delle municipalità” e il titolo VII “de’ consigli comunali”.

La stessa legge introduceva una organica suddivisione dei comuni in tre classi definite in base alla consistenza della popolazione residente, stabilendo per i comuni di prima classe un numero di abitanti superiore a 10.000 unità, per i comuni di seconda classe un numero di abitanti compreso fra 10.000 e 3.000 unità, per i comuni di terza classe un numero di abitanti inferiore a 3.000 unità; per i comuni appartenenti alle diverse classi erano previste diverse modalità di composizione delle municipalità e dei consigli comunali, e criteri differenti di eleggibilità dei loro componenti, (artt. 74, 77-86).

Per quanto riguarda i consigli comunali la legge 24 luglio 1802 stabiliva che il consiglio comunale nei comuni di prima e seconda classe si componeva rispettivamente di 40 o 30 cittadini (art. 112), metà dei quali “è necessariamente de’ possidenti” (art. 113); i membri del consiglio si rinnovavano parzialmente di anno in anno entro un quinquennio (art. 116), ed erano nominati dal “Consiglio generale del Dipartimento sopra una lista tripla presentata dall’istesso Consiglio comunale” (art. 117). Il consiglio di un comune di terza classe era costituito invece da “tutti gli estimati e tutti i capi famiglia non possidenti, ma però descritti nel registro civico della stessa comune, che abbiano compiuta l’età di 35 anni ed abbiano uno stabilimento di agricoltura, di industria e di commercio, nel di lei circondario e vi paghino la tassa personale” (art. 120).

Il consiglio comunale, organo deliberativo del comune, veniva convocato ordinariamente due volte all’anno, nei mesi di gennaio o febbraio e in quelli di settembre o ottobre, e “straordinariamente a qualunque invito del Prefetto, del Vice-prefetto o del Cancelliere distrettuale” (art. 128). Nella prima seduta esso esaminava il rendiconto presentato dalla municipalità relativo all’esercizio finanziario precedente, mentre nella seconda concorreva alla formazione dei consigli distrettuali, nominava i componenti della municipalità, determinava le spese e l’ammontare delle imposte comunali per l’anno in corso (artt. 129-132). I consigli comunali deliberavano collegialmente a scrutinio segreto (art. 135) e si tenevano sempre in luogo pubblico (art. 126), alla presenza, oltre che delle rispettive municipalità, di un membro della prefettura o viceprefetture nei comuni di prima e seconda classe, e del cancelliere distrettuale, che ne registrava gli atti nei comuni di terza classe (art. 123). Il consiglio comunale eleggeva i componenti della municipalità, in un numero variabile a seconda della classe (da sette a nove nei comuni di prima classe, da cinque a sette nei comuni di seconda classe, di tre nei comuni di terza classe, art. 77); mentre “gli amministratori municipali nei comuni di prima e seconda classe sono proposti per schede segrete ... e sono eletti a maggiorità assoluta di suffragi” (art. 78), “nelle comuni di terza classe due amministratori municipali sono eletti fra i possidenti nella comune” (uno tra i primi sei maggiori estimati), il terzo tra i non possidenti (artt. 80-81).  Le municipalità esercitavano funzioni esecutive (artt. 87-91) e si convocano “quando il bisogno lo richiede e necessariamente dietro domanda” del cancelliere distrettuale, del prefetto o viceprefetto (art.  94), dal quale “dipendono immediatamente” (art. 92).  L’organigramma dei funzionari delle municipalità di prima e seconda classe era costituito da un segretario e da un numero di impiegati “di cui abbisognano” (art. 97); nei comuni di terza classe invece le funzioni del segretario erano svolte dal cancelliere distrettuale (art. 98), mentre un agente comunale, eletto dalla municipalità, la “rappresenta come Procuratore degli affari della Comune” (art. 99). L’agente comunale, alle dipendenze del comune dietro corresponsione di un emolumento, aveva la “diretta corrispondenza col Cancelliere distrettuale”, da cui riceveva le leggi e gli ordini da pubblicarsi (art. 103), e le intimazioni dirette al comune (art. 104); inoltre “veglia sopra tutto ciò che ha rapporto all’entrata e alla spesa” (art. 105), “dispone i mandati pei pagamenti liquidi e li presenta agli amministratori acciò sieno firmati” (art. 106), non poteva assentarsi dal suo ufficio senza l’assenso della municipalità (art. 102). Alle dipendenze di ogni comune di terza classe, dietro corresponsione di uno stipendio, vi era anche un cursore, che veniva nominato, confermato e rimosso dagli amministratori municipali (art. 110). Egli è “incaricato di eseguire gli ordini della municipalità, del cancelliere e dell’agente comunale” (art. 108), “serve alla corrispondenza fra di loro, pubblica le leggi e i proclami, fa rapporto alle autorità di tutto ciò che può interessare la loro vigilanza a vantaggio dei cittadini e della comune” (art. 109).  In ciascun comune, infine, svolgeva la propria azione anche il ricevitore comunale, a cui veniva demandata la riscossione di “tutte le contribuzioni imposte nel circondario del comune, tanto reali che personali, e di qualunque altra specie, sia al tesoro nazionale, alla cassa dipartimentale, ovvero alla comunale siano devolute”, come è specificato nell’art. 20 della legge sui ricevitori comunali e dipartimentali del 1804 (legge 22 marzo 1804), in cui erano definite in modo sistematico le sue competenze.

Precisato ulteriormente da altri provvedimenti normativi, l’uno relativo all’organizzazione dei consigli comunali di terza classe (decreto 20 ottobre 1802), l’altro all’allargamento del numero di persone che possono far parte dei consigli comunali (legge 4 novembre 1802), il sistema sopra delineato rappresenta la struttura portante del regime amministrativo per gli enti locali del periodo napoleonico (Coraccini 1823; Roberti 1947; Rotelli 1974; Zaghi 1989; Meriggi 1994).

 

Bibliografia legislativa:

decreto 20 ottobre 1802: decreto 20 ottobre 1802 per l’organizzazione dei consigli comunali di terza classe, Bollettino delle leggi della Repubblica italiana, Milano, 1802, p. 404; legge 4 novembre 1802: legge 4 novembre 1802 per l’allargamento della partecipazione ai consigli comunali, Bollettino delle leggi della Repubblica italiana, Milano, 1802; legge 22 marzo 1804: legge 22 marzo 1804 sui Ricevitori comunali e dipartimentali, Bollettino delle leggi della Repubblica italiana, Milano, 1804, I, p.  149.

 

COMUNE (1805-1816)

 

Il passaggio dalla repubblica italiana al regno d’Italia implicava una trasformazione anche degli ordinamenti locali, che vennero riorganizzati con il decreto 8 giugno 1805. Tale decreto riaffermava alcune prerogative delle amministrazioni municipali e dei loro organi già previste dalla precedente normativa, ma, al contempo ne introduceva altre, che accentuavano il carattere accentrato del sistema amministrativo, per cui ad ogni livello della gerarchia un funzionario governativo rappresentava l’autorità, mentre un consiglio tutelava gli interessi collettivi (Rotelli 1974).  Dopo aver ribadito la divisione del territorio in dipartimenti, distretti, cantoni e comuni, in ognuno dei quali “vi è un consiglio comunale ed una municipalità” (art. 19), nel decreto veniva confermata la distinzione dei comuni in tre classi, definendo comuni di prima classe quelli con popolazione superiore ai 10.000 abitanti, comuni di seconda classe “quelli che oltrepassano li tremila fino ai diecimila”, comuni di terza classe quelli con popolazione inferiore a 3.000 abitanti (art. 18). Risultava confermata anche la composizione del consiglio comunale nei comuni di prima e seconda classe, che si componeva rispettivamente di 40 e 30 membri, mentre quella del consiglio comunale dei “comuni di terza classe sono al più di 15 membri, fra i quali fino al numero di tre possono essere non possidenti, che abbiano però 35 anni compiti, uno stabilimento di agricoltura, d’industria o di commercio nel loro comune e che paghino la tassa personale” (art. 20).

Era stabilito che i consigli comunali – di nomina reale quelli di prima e seconda classe e prefettizia quelli di terza classe (artt. 46-47) – si tenessero sempre alla presenza del prefetto o del viceprefetto o di un loro delegato, nei comuni di prima e seconda classe; mentre quelli nei comuni di terza classe dovevano tenersi alla presenza del cancelliere distrettuale, che ne registrava le deliberazioni e le trasmetteva al prefetto o al viceprefetto, insieme ad eventuali ricorsi (art. 21).  Convocati sempre in luogo pubblico con almeno 15 giorni di preavviso dalle municipalità, nei comuni di prima e seconda classe, e dal cancelliere del censo in quelli di terza classe (art. 22), “i consigli comunali si aduna(va)no ordinariamente due volte all’anno”, nei mesi di gennaio o febbraio e in quelli di settembre o ottobre, e “straordinariamente a qualunque invito del prefetto e del vice-prefetto” (art. 23) e deliberavano collegialmente a scrutinio segreto (art. 27). Nella prima seduta esaminavano il rendiconto presentato dalla municipalità relativo all’esercizio finanziario precedente, mentre nella seconda nominavano o eleggevano i componenti della municipalità in scadenza, determinavano le spese e l’ammontare delle imposte comunali per l’anno successivo e nominavano i revisori dei conti per l’anno precedente (artt. 24-25).  Le municipalità dei comuni di prima e seconda classe erano composte da un podestà e rispettivamente da sei o quattro savi, mentre quelle dei comuni di terza classe erano invece costituite da un sindaco e due anziani. Le municipalità esercitavano “tutte le ispezioni amministrative e rappresentative del loro comune” (art. 35), predisponevano il conto consuntivo dell’anno antecedente e il conto preventivo per l’anno successivo (art. 36), proponevano ai consigli comunali deliberazioni su materie di particolare interesse per la comunità ed “eseguivano le determinazioni degli stessi consigli approvate dai prefetti o viceprefetti” (art. 37). Ciascuna municipalità aveva un segretario; “quelle di prima e seconda classe avevano inoltre gli impiegati di cui abbisognano”, mentre quelle di terza classe avevano un cursore (art. 38).  Il podestà, veniva scelto tra una terna di nomi proposti dal consiglio comunale e nominato dal re (art.  46), durava in carica tre anni (art. 29). I savi, “proposti ed eletti dai consigli comunali a scrutinio segreto ed a maggiorità assoluta di voti fra i cento maggiori estimati ne’ comuni di prima classe e fra i cinquanta in quelli della seconda” (art. 30), si rinnovavano parzialmente ogni anno, “in modo che in capo al triennio ne siano rinnovati tutti i membri” (art. 33). Il sindaco, di nomina prefettizia (art. 47), durava in carica un anno (art.  31). Gli anziani, “nominati fra i 25 più ricchi o notabili del comune ed eletti dal consiglio a pluralità assoluta di voti” (art. 32), si rinnovavano ogni anno (art. 33).  Integrato da pochi altri provvedimenti, relativi alla esecutorietà della nomina dei savi e alla delega, loro attribuita, di supplire alle funzioni del podestà (decreto 22 aprile 1806), “alla rinnovazione e completazione dei consigli distrettuali e comunali” (decreto 4 dicembre 1806), al trasferimento al podestà e al sindaco delle funzioni attribuite alle municipalità dal decreto 8 giugno 1805 (decreto 5 giugno 1807) e alla esclusione dalle votazioni di membri dei consigli comunali “allorchè trattasi di cause in cui sono interessate persone di aderenza reciproca” (decreto 8 luglio 1810), il sistema amministrativo sopra delineato costituiva l’ultima definizione dell’organismo comunale in epoca napoleonica, prima del ripristino degli istituti teresiani seguita nel 1816 (Coraccini 1823; Roberti 1947; Rotelli 1974; Zaghi 1989; Meriggi 1994). Durante il regno d’Italia vennero emanate disposizioni volte a promuovere l’aggregazione dei comuni minori ai maggiori, che venne poi realizzata con provvedimenti particolari per i singoli dipartimenti. Con il decreto 14 luglio 1807 veniva stabilito che “la popolazione dei Comuni di seconda e terza classe si approssimasse al maximum della classe rispettiva per mezzo dell’aggregazione dei vicini Comuni, i quali formeranno un comune solo e individuo”. Anche ai comuni murati veniva dilatato il circondario esterno, inglobando i comuni limitrofi con i quali dovevano formare un’unica municipalità. Con il decreto 18 settembre 1808 veniva stabilito che i comuni aggregati “benchè formino un solo ed individuo Comune per tutti gli oggetti amministrativi, dovevano conservare le rispettive attività e passività” separate (Roberti 1947).

 

Bibliografia legislativa:

decreto 22 aprile 1806: decreto 22 aprile 1806 che dichiara in attività i savi nominati dai consigli comunali e li abilita a scegliere fra di loro chi sostenga le funzioni di podestà, Bollettino delle leggi del Regno d’Italia, Milano, 1806, I, p. 363;

decreto 4 dicembre 1806: decreto 4 dicembre 1806 relativo alla rinnovazione e completazione dei consigli distretuali e comunali, Bollettino delle leggi del Regno d’Italia, Milano, 1806, II, p. 1037;

decreto 5 giugno 1807: decreto 5 giugno 1807 con cui sono concentrate nel podestà e nel sindaco le funzioni attribuite alle Municipalità dal decreto 8 giugno 1805, Bollettino delle leggi del Regno d’Italia, Milano, 1807, I, p. 291;

decreto 14 luglio 1807: decreto 14 luglio 1807 per l’aggregazione dei comuni viciniori ai comuni di seconda e terza classe per raggiungere il maximum della classe rispettiva, Bollettino delle leggi del Regno d’Italia, Milano, 1807, II, p. 372;

decreto 18 settembre 1808: decreto 18 settembre 1808 per la conservazione delle rispettive attività e passività da parte dei comuni aggregati, Bollettino delle leggi del Regno d’Italia, Milano, 1808, II, p. 813;

decreto 8 luglio 1810: decreto 8 luglio 1810 che determina i gradi di parentela ch’escludono i membri dei consigli comunali dal votare, allorchè trattasi di cause in cui sono interessate persone di aderenza reciproca, Bollettino delle leggi del Regno d’Italia, Milano, 1810, II, p. 479.

 

PROVINCIA (1816-1859)

 

Con la sovrana patente 7 aprile 1815, pubblicata il successivo 20 aprile, nei territori della Lombardia e del Veneto assegnati all’Austria, venne stabilita la formazione di un regno sotto la denominazione di Regno Lombardo -Veneto; in essa erano contenute norme generali dedicate non solo all’organizzazione dell’amministrazione centrale dello stato, ma anche alla ripartizione territoriale ed amministrativa del regno. “Per agevolare l’amministrazione il regno si divide(va) in due territori governativi, separati dal fiume Mincio”, il governo milanese e quello veneto (§ 6); ogni governo veniva suddiviso in province, ciascuna provincia in distretti, ed i distretti in comuni (§ 7); “l’amministrazione di ciascuna provincia (era) affidata ad una regia delegazione” dipendente dal governo (§ 9), mentre come organo elettivo provinciale si stabiliva la creazione di una “congregazione provinciale con sede nel capoluogo di residenza delle regie delegazioni” (§ 13). A conclusione delle trattative intercorse al riguardo nel congresso di Vienna, l’aggregazione definitiva alla Lombardia austriaca dei territori della Valtellina ed ex contadi di Bormio e Chiavenna venne stabilita con proclama 15 aprile 1815 del luogotenente del vicerè Enrico conte di Bellegarde. In esecuzione della regia patente 7 aprile 1815, la notificazione governativa 24 aprile 1815 stabiliva la divisione del territorio del governo di Milano nelle nove province di Milano, Mantova, Brescia, Cremona, Bergamo, Como, Pavia, Lodi e Crema, Valtellina con capoluogo Sondrio; in ciascuno dei capoluoghi provinciali veniva costituita una regia delegazione. La stessa notificazione governativa stabiliva che in attesa della prossima pubblicazione di un nuovo compartimento territoriale del regno, venisse per il momento conservato il confine dei dipartimenti già esistente anche per le regie delegazioni; ad eccezione di quelli di Milano, da cui veniva staccato il territorio di Pavia, e di Cremona, da cui veniva staccato il territorio di Lodi. Alla regia delegazione di Pavia veniva assegnato lo stesso territorio della provicia esistente prima della costituzione della repubblica cisalpina. Il compartimento territoriale con la divisione del territorio in province, distretti e comuni veniva pubblicato annesso alla notificazione governativa 12 febbraio 1816 (Sandonà 1912).

Con la notificazione governativa 1 luglio 1844 venne pubblicata una nuova compartimentazione dei territori soggetti al governo lombardo rettificata con le variazioni seguite dopo la pubblicazione del compartimento precedente. Un’ulteriore compartimentazione dei territori lombardi conforme alla nuova organizzazione distrettuale prevista per il regno lombardoveneto, approvata con la sovrana risoluzione 28 gennaio 1853, venne pubblicata con la notificazione della luogotenenza lombarda 23 giugno 1853. Nelle due compartimentazioni generali successive a quella del 1816 e pubblicate nel 1844 e nel 1853 il territorio delle nove province rimase inalterato nei suoi confini.

 

DELEGAZIONE PROVINCIALE (1816-1859)

 

La sovrana patente 7 aprile 1815, oltre a stabilire la suddivisione dei territori governativi del regno lombardo-veneto in province (§ 7), stabiliva contestualmente che “l’amministrazione di ciascuna provincia (fosse) affidata ad una regia delegazione” dipendente dal governo (§ 9). Le modalità di funzionamento delle province vennero chiarite nella seconda parte del decreto 24 aprile 1815 (§§ 37-56). Definite come le autorità superiori politico-amministrative nell’estensione del territorio loro affidato, le delegazioni, che avevano sostituito le prefetture del periodo napoleonico (Fontana, I, 5), costituivano l’articolazione a livello provinciale del potere esecutivo. Alla loro testa era posto il regio delegato, che era sempre il presidente della congregazione provinciale (§ 37); quale rappresentante diretto del governo doveva vigilare sulle disposizioni date dalle congregazioni provinciali ai cancellieri del censo ed alle municipalità, e controllare che non eccedessero i limiti delle loro attribuzioni (§ 52).  In esecuzione della sovrana patente 7 aprile 1815, la notificazione governativa 24 gennaio 1816 stabiliva che le regie delegazioni dovessero entrare in vigore al primo febbraio 1816, giorno da cui le già esistenti prefetture e viceprefetture avrebbero cessata la propria attività. Si stabiliva anche che le regie delegazioni dovessero dipendere dal governo e che, fino a nuove disposizioni, avessero corrispondenza con i podestà, con i sindaci e colle altre autorità della rispettiva provincia nel modo già praticato dalle prefetture e dalle viceprefetture. La stessa notificazione governativa 24 gennaio 1816 stabiliva la divisione del territorio del governo di Milano nelle nove province di Milano, Mantova, Brescia, Cremona, Bergamo, Como, Sondrio, Pavia e Lodi; in ciascuno dei capoluoghi provinciali venne costituita una regia delegazione. La stessa notificazione governativa stabiliva che in attesa della prossima pubblicazione di un nuovo compartimento territoriale del regno, venisse per il momento conservato il confine dei dipartimenti già esistente anche per le regie delegazioni; ad eccezione di quelli di Milano, da cui veniva staccato il territorio di Pavia, e di Cremona, da cui veniva staccato il territorio di Lodi. Alla regia delegazione di Pavia era assegnato lo stesso territorio della provincia esistente prima della costituzione della repubblica cisalpina (Sandonà 1912).

In base alla notificazione 12 aprile 1816 contenente le istruzioni per l’attivazione del nuovo metodo d’amministrazione comunale il regio delegato comandava direttamente i cancellieri del censo, i quali dovevano segnalargli “tutto ciò che (potesse) interessare le viste del governo” (artt. 150-153). Il regio delegato esercitava dunque poteri di controllo molto ampi sia sulle rappresentanze attraverso la presidenza delle congregazioni provinciali, che sulle amministrazioni locali, direttamente nelle maggiori città, o indirettamente, attraverso i cancellieri del censo da lui dipendenti, nei comuni. In seguito alle vicende politiche del 1848 i poteri di controllo dei delegati, si ampliarono ulteriormente usurpando diritti e competenze delle rappresentanze provinciali e delle amministrazioni comunali, e nel reclutamento dei funzionari elevati a tale carica prevalsero le ragioni politiche, tanto che alcuni di essi vennero scelti tra il personale tedesco (Rotelli 1974; Ghisalberti 1974; Meriggi 1987). 

La delegazione provinciale era composta, oltre che dal regio delegato, da un vicedelegato, da alcuni aggiunti, da un segretario e da altro personale subalterno; nell’ambito della stessa delegazione operavano un commissario di polizia, un censore e revisore delle stampe e dei libri, un protomedico col titolo di “medico provinciale” per gli affari sanitari, un ingegnere in capo coadiuvato da alcuni ingegneri ordinari e aspiranti ingegneri per gli affari delle acque e strade (Sandonà 1912).

 

CONGREGAZIONE PROVINCIALE (1816-1859)

 

Nella sovrana patente 7 aprile 1815, l’ordinamento amministrativo delle congregazioni provinciali era stato solo prefigurato, laddove si prevedeva la creazione di “collegi permanenti composti di varie classi d’individui nazionali” con il compito di fare “conoscere con esattezza i desideri ed i bisogni degli abitanti del regno” (§§ 12-13).

La sovrana patente 24 aprile 1815 definiva in dettaglio nella prima parte (§§ 1-36) la struttura, le funzioni e le competenze delle congregazioni centrali, istituite in ciascuna delle due capitali governative, Milano e Venezia, e, nella seconda parte (§§ 37-56), quelle delle congregazioni provinciali istituite in ciascuno dei capoluoghi provinciali e residenti presso la sede delle regie delegazioni provinciali. Il presidente della congregazione provinciale era sempre il regio delegato (§ 37), il numero dei membri delle congregazioni doveva essere proporzionato all’estensione delle province; le stesse province sotto questo aspetto erano divise in tre classi: quelle di prima classe (Milano e Brescia) erano composte da otto membri, quelle di seconda classe (Mantova, Cremona, Bergamo, Como, Lodi e Crema) da sei membri, e quelle di terza classe (Sondrio) da quattro membri, non calcolati i rappresentanti delle città (§ 39). I membri di ogni congregazione, che avevano il titolo di deputati della congregazione, erano scelti per metà tra gli estimati nobili, e per metà tra quelli non nobili, mentre ogni città regia appartenente al territorio aveva il diritto di inviare un suo rappresentante nella stessa congregazione provinciale scelto fra i cittadini stabilmente residenti in essa (§ 38); la prima nomina dei deputati delle congregazioni provinciali era fatta dal governo su liste di nomi proposti dai consigli comunali; per le sostituzioni successive il deputato provinciale sarebbe stato scelto dalla stessa congregazione centrale, che, in assenza di eccezioni, avrebbe confermato il primo di una terna di candidati proposta dalla congregazione provinciale, sulla base delle indicazioni ricevute dai comuni (§§ 45-46). L’eleggibilità dei deputati sia nobili che non nobili si basava essenzialmente sul censo: i deputati stessi dovevano avere la cittadinanza del regno lombardo - veneto, la residenza nella provincia ed essere proprietari di beni immobili situati nella provincia stessa censiti per almeno 2000 scudi; per i nobili era richiesto il riconoscimento della nobiltà (§§ 40-41).

Le congregazioni provinciali avevano le seguenti attribuzioni nell’ambito del territorio provinciale: sovrintendere al riparto dei tributi e degli oneri militari tra gli enti locali, controllare l’andamento dell’amministrazione economica delle città e dei comuni di cui dovevano esaminare ed approvare i bilanci preventivi e consuntivi, stabilire interventi sulle arginature e disporre altri lavori riguardanti le acque e le strade, sorvegliare gli istituti assistenziali, gli ospedali e gli orfanotrofi (§ 50). La facoltà concessa alle congregazioni provinciali di “accompagnare alla congregazione centrale qualunque rappresentanza, voto ed istanza sopra qualunque oggetto di pubblica amministrazione” (§ 51), unita alla possibilità di “provvedere entro i limiti delle loro facoltà, ad ogni ramo della pubblica amministrazione” le rendeva un luogo importante del dibattito politico istituzionale; i regi delegati erano incaricati di vigilare affinché tali limiti non fossero oltrepassati (§ 52). Oltre a questi compiti spettava altresì alla congregazione provinciale formare dai protocolli dei consigli comunali della provincia le tabelle con l’indicazione dei candidati alla carica di rappresentanti presso la congregazione centrale, sia per la prima nomina sia per il rimpiazzo dei posti divenuti vacanti (§§ 11-12). Per l’esecuzione di tali importanti compiti di raccordo politico-istituzionale tra i differenti livelli gerarchici, venne accordato ad ogni congregazione provinciale un “relatore, un cassiere, un controllore, ed un ragioniere” mentre il protocollo, la registratura e la spedizione del carteggio erano comuni con quelli della regia delegazione (§ 53-56). Nella loro attività politico amministrativa le congregazioni erano sottoposte all’ispezione e controllo della congregazione centrale e dovevano eseguire puntualmente le disposizioni da questa emanate. In realtà l’istituzione delle congregazioni aveva suscitato fin dall’inizio una viva ostilità del governo, e nel novembre del 1815, a distanza già di alcuni mesi all’emanazione della sovrana patente 24 aprile che ne aveva stabilito l’attivazione, una commissione governativa presieduta voluta e scelta dal governatore Saurau, e presieduta dal referente di governo Paolo de Capitani, si era espressa contro tale ipotesi, trovando eco favorevole presso la stessa commissione centrale aulica di Vienna.  Nel gennaio 1816 l’imperatore aveva però sollecitato il governo di Milano ad avviare le procedure per le elezioni dei membri delle congregazioni lombarde, anche in considerazione del fatto che quelle delle province venete questi istituti erano già stati attivati (Sandonà 1912; Meriggi 1987).

Nel 1840 il governo dispose con la notificazione 14 agosto 1840 delle nuove istruzioni sui criteri di nomina dei deputati delle congregazioni volte a stabilire un maggior controllo sulle nomine stesse. In esse si stabiliva che le proposte dei consigli e dei convocati per le nomine dei posti di deputati divenuti vacanti si dovessero formulare in pubbliche adunanze disposte dalle regie delegazioni, con assenso preventivo del governo necessario per quelle dei consigli (Sandonà 1912). Alle stesse congregazioni veniva data la facoltà di rappresentare al governo l’idoneità e le qualifiche delle persone proposte dai comuni. Dopo il 1848 le congregazioni cessarono di fatto la propria attività riprendendola solo dal 1856. La storiografia anche recente ha sollevato parecchi dubbi sulla reale incidenza di questi istituti che, nei propositi iniziali del governo austriaco, avrebbero dovuto svolgere una funzione di rappresentanza politica dei ceti (Sandonà 1912; Meriggi 1987).

 

DISTRETTO (1816-1859)

 

Nella sovrana patente 7 aprile 1815 in cui venne stabilita l’aggregazione della Lombardia e del Veneto all’impero asburgico, e la formazione di un regno comprendente i due territori sotto la denominazione di Regno Lombardo-Veneto, erano contenute alcune norme generali per la definizione della ripartizione territoriale ed amministrativa del regno stesso: la patente stabiliva infatti che il regno “si divide(sse) in due territori governativi, separati dal fiume Mincio”, il governo milanese e quello veneto (§ 6); che ogni governo venisse diviso in province, e ciascuna provincia in distretti (§ 7); che in ogni distretto venisse stabilita la sede di un “cancelliere del censo sotto le dipendenze della rispettiva regia delegazione” con i compiti di ispezione sui comuni di seconda e terza classe, e di sorveglianza per l’adempimento delle leggi politiche (§ 10). Il compartimento territoriale annesso alla noti-ficazione 12 febbraio 1816, che ne prevedeva l’entrata in vigore entro il successivo 1 maggio 1816, veniva a surrogare quello ancora vigente fissato dalla legislazione del regno d’Italia napoleonico, riportando la situazione al periodo immediatamente precedente alla dominazione napoleonica durante la quale si era avuta una notevole riduzione del numero dei comuni a causa delle aggregazioni e delle concentrazioni stabilite dal decreto 14 luglio 1807. Il territorio soggetto al governo di Milano venne ripartito in nove province: Milano (sedici distretti), Mantova (diciassette distretti), Brescia (diciassette distretti), Cremona (nove distretti, Bergamo (diciotto distretti), Como (ventisei distretti), Sondrio (sette distretti), Pavia (otto distretti) e Lodi e Crema (nove distretti). Negli anni successivi all’entrata in vigore del nuovo compartimento territoriale ebbero luogo aggregazioni di comuni e spostamenti dei comuni stessi da un distretto ad un altro per armonizzare le nuove situazioni venutesi a creare, che non erano state accettate di buon grado dai comuni interessati. 

Si pervenne così alla promulgazione di una nuova compartimentazione con la notificazione governativa in data 1 luglio 1844, che risultava aggiornata con le modifiche avvenute dal 1816 in poi. La nuova compartimentazione lasciava quasi del tutto invariato il numero dei distretti; non si ebbero modifiche sostanziali alla loro ripartizione interna, all’infuori di alcune limitate variazioni dei centri scelti per assolvere alla funzione di capoluoghi distrettuali e sede delle commissarie distrettuali. Le ulteriori variazioni seguite al 1844 vennero ridefinite nella nuova organizzazione distrettuale approvata dall’imperatore con sovrana risoluzione del 28 gennaio 1853 e dal relativo compartimento territoriale pubblicato con la notificazione del 23 giugno 1853. Le variazioni nella ripartizione interna dei distretti politici prevista dalla nuova compartimentazione per le varie province fu in questo caso più consistente, con una tendenza generale a costituire circoscrizioni distrettuali più ampie, più popolose e comprendenti un maggior numero di comuni: Milano (da sedici a quattordici distretti), Mantova (da diciassette a undici distretti), Brescia (da diciassette a quattordici distretti), Cremona (da nove a otto distretti, Bergamo (diciotto a diciassette distretti), Como (da ventisei a ventuno distretti), Sondrio (da sette a cinque distretti), Pavia (da otto a sei distretti) e Lodi e Crema (da nove a sette distretti) (Sandonà 1912).

 

CANCELLIERE DEL CENSO (1815-1819)

COMMISSARIO DISTRETTUALE (1819-1859)

 

Con la sovrana patente 7 aprile 1815 venne stabilita l’aggregazione della Lombardia col Veneto e la formazione di un regno sotto la denominazione di regno lombardo - veneto; in essa erano contenute norme generali dedicate non solo all’organizzazione dell’amministrazione centrale dello stato, ma anche alla ripartizione territoriale ed amministrativa del regno, articolato in province, distretti e comuni. La stessa legge prevedeva per ogni distretto un cancelliere del censo, il quale sotto la dipendenza della rispettiva regia delegazione avrebbe esercitato la “superiore ispezione sopra i comuni di seconda e terza classe, tutta l’ingerenza negli affari censuari e la sorveglianza generale sui comuni delle suddette classi per l’adempimento delle leggi politiche”.

L’ordinamento amministrativo del regno impostato con l’atto costitutivo venne completato dalla patente 24 aprile 1815, dalla risoluzione imperiale 12 febbraio 1816 e dalla successiva notificazione 12 aprile 1816.  La definizione delle attribuzioni specifiche dei cancellieri del censo venne inserita nelle istruzioni 12 aprile 1816, il cui capitolo VI è espressamente ed interamente dedicato alle loro funzioni (artt. 150-256), e nelle successive istruzioni particolari ai regi cancellieri del censo datate 23 aprile dello stesso anno. Già durante il periodo napoleonico la tendenza ad un sempre maggiore accentramento delle funzioni amministrative aveva comportato un ampliamento delle prerogative del cancelliere, che, da ufficio preposto alla conservazione del catasto, era diventato un rappresentante del governo in sede locale, con funzioni di sorveglianza sulla corretta amministrazione delle finanze comunitative.

Nell’ufficio distrettuale il cancelliere era coadiuvato da un aggiunto nominato dal governo, in grado di supplirlo nelle sue funzioni; e da un inserviente di nomina regia. Ai comuni compresi nel distretto era fatto obbligo di partecipare proporzionalmente alle spese di mantenimento dell’ufficio stesso (artt. 254-256).  Il nome dell’ufficio del cancelliere del censo, che era stato mantenuto inizialmente inalterato rispetto al periodo napoleonico, venne modificato nel 1819; la circolare 24 luglio 1819 n. 17327-1182 stabiliva la sostituzione della denominazione “cancelliere del censo” con quella di “commissario distrettuale”, con richiamo esplicito alla stessa circoscrizione amministrativa ad esso soggetta. Tutte le norme relative all’attività dei cancellieri stabilite dalle istruzioni del 1816 sono da considerarsi valide senza alcuna modi-fica anche per il commissario distrettuale, le cui funzioni rimasero in vigore nelle province lombarde fino all’annessione al regno di Sardegna nel 1859.

Ai sensi delle istruzioni per l’attivazione del nuovo regolamento per l’amministrazione comunale con le attribuzioni delle rispettive autorità, emanate in data 12 aprile 1816 i cancellieri del censo erano “nel rispettivo distretto sotto gli ordini immediati della regia delegazione della provincia” (art. 150) ed avevano il compito primario di dare “esecuzione a qualunque determinazione venisse loro comunicata, sia dal regio delegato sia dalla pubblica congregazione provinciale, in ogni ramo del pubblico servizio” (art. 151); dovevano provvedere a riferire “tutto ciò che nel loro distretto potesse interessare le viste del governo”, a vigilare affinché fossero “osservate le leggi ed i regolamenti di pubblica amministrazione” e ad esercitare “una superiore vigilanza per l’adempimento delle leggi politiche” (art. 152-154). Incombeva loro la “diramazione di leggi, regolamenti e notificazioni delle autorità superiori a tutti i comuni del loro distretto” ed una volta seguita la pubblicazione dovevano “ritirare i corrispondenti attestati, che (erano) in dovere di custodire negli atti” (art. 156). Avevano inoltre il delicato compito di sovrintendere e vigilare alla regolare tenuta dei registri d’estimo, compresi i trasporti d’estimo (artt. 160-189), alla formazione dei quinternetti di esazione delle imposte prediali e dei ruoli per il pagamento della tassa personale, che provvedevano poi a consegnare agli esattori comunali per la riscossione, sulla quale similmente vigilavano (artt.191-205). Il cancelliere partecipava ai lavori dei convocati o dei consigli “nella qualità di assistenti del governo” (art. 206) non aveva però “alcun voto deliberativo” né doveva “immischiarsi nel determinare l’opinione dei votanti”, dovendo al contrario “soltanto vegliare al buon ordine, e far presenti le leggi ed i regolamenti, oltre a stendere il protocollo delle sedute” (art. 16); nella corrente amministrazione costituiva il tramite tra i comuni e le superiori istanze politiche, esercitando funzioni di controllo politico-amministrativo praticamente su ogni aspetto della vita comunale, dalle aste per locazioni, vendite o appalti di lavori, alle nomine di impiegati, medici e parroci; dal controllo sulle spese esercitato sia in fase di formazione dei bilanci preventivi e che nella approvazione dei consuntivi, all’intervento nelle eventuali dispute tra comuni appartenenti al medesimo distretto ed anche a distretti limitrofi (artt. 206-239). Era incaricato pertanto della mera assistenza tecnico-giuridica ed era carente quindi di vero e proprio potere politico; le ampie competenze assegnategli nella conservazione del censo, nella riscossione dell’imposta prediale, nella leva e nella stessa amministrazione dei comuni facevano tuttavia del commissario una figura di primo piano nella amministrazione periferica del regno lombardo - veneto (Rotelli 1974).

Dal momento che i cancellieri partecipavano in modo così incisivo alla vita dei comuni, non stupisce il fatto che essi esercitassero anche il controllo sugli archivi di queste istituzioni: “l’ufficio e l’archivio dei comuni immediatamente assistiti dal cancelliere” (quelli cioè privi di segretario e di ufficio proprio) erano tenuti “presso il cancelliere medesimo”, “ad eccezione delle leggi dei regolamenti e delle altre notificazioni a stampa” conservate dall’agente “ad uso e per direzione degli abitanti dopo la seguita pubblicazione”; formalità precise per la tenuta dell’archivio del commissario erano altresì indicate nelle istruzioni medesime (artt. 240-256). Ulteriori ed interessanti precisazioni riguardanti soprattutto l’insediamento effettivo del cancelliere e l’impianto dell’ufficio della cancelleria e dell’archivio distrettuale furono emanate con le “Istruzioni particolari ai regi cancellieri del censo per l’esecuzione degli articoli 241 e 252 del regolamento generale”, emanate con circolare 23 aprile 1816 n. 20526-2394 (Sandonà 1912; Rotelli 1974; Meriggi 1987).

 

Bibliografia legislativa:

circolare 23 aprile 1816: circolare 23 aprile 1816 che notifica le “Istruzioni particolari ai regi cancellieri del censo per l’esecuzione degli articoli 241 e 252 del regolamento generale portato alla notificazione dell’imperiale regio governo del 12 aprile 1816”, Atti del governo lombardo, 1816, I, Circolari, parte II, p. 52;

circolare 24 luglio 1819: circolare 24 luglio 1819 che notifica la sovrana risoluzione dell’8 giugno 1819 per la quale i cursori esistenti presso i cancellieri del censo siano tramutati in scrittori e la denominazione di cancelliere del censo sia sostituita con quella di commissario distrettuale, Atti del governo lombardo, 1819, II, Circolari, parte II, p. 324.

 

COMUNE (1816-1859)

 

La sovrana patente 7 aprile 1815, vero e proprio atto costitutivo del regno lombardo - veneto, stabiliva che l’organizzazione amministrativa dei comuni dovesse rimanere per il momento conservata nelle forme vigenti, mantenendo la suddivisione in tre classi già presente nell’ordinamento del regno d’Italia (§ 11); i nomi ed i confini di distretti e province “come pure l’indicazione dei comuni rispettivamente attenenti alle une o agli altri” sarebbero stati pubblicati successivamente (§ 7); l’amministrazione delle province sarebbe stata affidata ad una “regia delegazione” dipendente dal governo (§ 9). Altri accenni all’organizzazione territoriale presenti nella citata patente riguardavano le città regie, nelle quali era fissata la residenza di una regia delegazione e i comuni di prima classe: questi enti locali sarebbero direttamente dipesi “dalle regie delegazioni e non dai cancellieri del censo” (§11).  Per una nuova regolamentazione degli enti locali bisognò attendere la patente 12 febbraio 1816 perfezionata e resa pienamente operativa dalle “istruzioni per l’attivazione del nuovo metodo d’amministrazione comunale colle attribuzioni delle rispettive autorità” contenute nella successiva notificazione del 12 aprile 1816, in cui viene fornito un quadro articolato dell’organizzazione e del funzionamento degli organi preposti all’amministrazione dei comuni. L’insieme di queste disposizioni, che costituivano una normativa generale da applicarsi indistintamente a tutti i comuni del regno lombardo - veneto, manteneva una distinzione fra i comuni, pur superando l’impianto classificatorio del periodo precedente. Una prima distinzione si aveva riguardo all’organo deliberativo di rappresentanza: nelle città regie, nei capoluoghi di provincia e nei comuni maggiori, elencati in numero di quarantaquattro per tutto il regno nella tabella annessa alla citata notificazione 12 aprile 1816, “ove per la quantità degli Estimati il Convocato generale fosse per riuscire troppo numeroso ed incomodo alle regolari deliberazioni” le funzioni deliberative erano svolte dal consiglio, mentre tutti gli altri comuni, non inclusi nella tabella, avevano il convocato degli estimati.  Un’ulteriore distinzione si aveva riguardo all’organo collegiale incaricato dell’amministrazione del patrimonio, che, nelle città regie e nei capoluoghi di provincia era costituito dalla congregazione municipale con a capo un podestà, mentre nei comuni fungeva a questo scopo una deputazione comunale.  In base al regolamento del 1816 in Lombardia si avevano dunque il consiglio e la congregazione municipale nelle tredici città regie (Crema, Casalmaggiore, Monza e Varese, oltre agli stessi capoluoghi di provincia), il convocato e la deputazione nella maggior parte dei comuni, e il consiglio e la deputazione solo in quelli elencati nella tabella annessa al regolamento stesso.

Con la circolare 19 marzo 1821 fu notificata l’attivazione, stabilita con decreto del viceré del 5 marzo 1821, dei consigli comunali in luogo del convocato per tutti i comuni in cui fossero presenti più di trecento estimati, costituiti in applicazione della sovrana risoluzione 20 giugno 1819, notificata con dispaccio circolare datato 15 luglio 1819 (il decreto del vicerè, la sovrana risoluzione e il dispaccio sono citati nella circolare del 19 marzo 1821). La circolare del 1821 forniva l’elenco dei comuni del regno ai quali era stato accordato il consiglio comunale. Un’ulteriore estensione dei comuni con consiglio si ebbe in seguito all’applicazione della circolare governativa 8 maggio 1835 che, nell’intento di favorire la concentrazione dei comuni unendo i minori ai maggiori, stabiliva la possibilità di sostituire il convocato col consiglio “anche laddove il numero degli estimati fosse al di sotto di trecento, sempreché sussistano delle circostanze che facciano considerare necessario un tale mutamento a ragione d’inconvenienti verificatesi in una data comune per la sussistenza di un convocato, oppure allorquando le Comuni ne spieghino di proprio impulso il desiderio”.

In base al regolamento annesso alla citata notificazione 12 aprile 1816 il convocato generale degli estimati presente nei comuni minori era costituito dalla totalità dei possessori “aventi estimo in testa propria nei registri del censo” (art. 1); in esso era dunque “consolidata la facoltà di deliberare e disporre degli affari riguardanti l’amministrazione del comune nelle forme prescritte dalle leggi e sotto l’approvazione del governo” (art. 2); modalità di convocazione, impedimenti e incompatibilità dei partecipanti e modalità di deliberazione del convocato erano diffusamente trattate negli articoli 3-28 del regolamento.

Funzioni analoghe, nei centri dove era previsto in luogo del convocato, aveva il consiglio comunale, che poteva essere formato da 60 membri nelle due sedi governative di Milano e Venezia, da 40 membri nelle città regie e nei capoluoghi di provincia, o da 30 membri negli altri comuni; almeno due terzi dei membri del consiglio dovevano essere possidenti scelti tra i primi cento estimati (art. 31). I consiglieri, dopo la prima nomina fatta dai rispettivi governi, venivano sostituiti ogni triennio in quote uguali, secondo l’anzianità di nomina, da parte delle congregazioni provinciali” (artt. 33-35); i consigli erano radunati di norma due volte l’anno ed ogni qual volta ritenuto necessario (artt. 41-42); rigide norme regolavano convocazione e svolgimento delle sedute, cui partecipavano, con funzioni di controllo in rappresentanza del governo e senza diritto di voto, il regio delegato nelle città regie o capoluoghi di provincia, oppure il cancelliere del censo o un suo sostituto negli altri comuni (artt. 43-58). Sia il convocato sia il consiglio erano di norma radunati due volte l’anno in sessione ordinaria e straordinariamente “a qualunque invito del delegato provinciale e del cancelliere del censo (solo per i comuni posti direttamente sotto la sua direzione)”: nella prima sessione (gennaio o febbraio) si esaminavano i conti dell’anno precedente e veniva approvato il bilancio consuntivo, nella seconda (settembre o ottobre) si approntavano i bilanci di previsione, si nominavano i revisori dei conti e si eleggevano i nuovi membri delle congregazioni municipali e delle deputazioni.

Se nel consiglio e nel convocato risiedeva la facoltà di disporre e di deliberare sugli affari riguardanti l’amministrazione del comune, era alla deputazione comunale in quanto “autorità pubblica permanente” che spettava dare “esecuzione alle deliberazioni del consiglio o del convocato”, gestire l’amministrazione ordinaria del patrimonio del comune ed invigilare per l’osservanza delle leggi e degli ordini del governo” (art. 71). Nei comuni con convocato la deputazione “composta da tre individui possessori nel territorio del comune”, scelti dal convocato stesso, era assistita immediatamente dal cancelliere del censo; in quelli con consiglio essa aveva invece un ufficio proprio ed era assistita da un segretario (art. 94). La già citata circolare 19 marzo 1821 modificò parzialmente tale situazione in quanto, avendo abilitata l’istituzione del consiglio in un numero di comuni maggiore di quello in cui già esistevano, diede facoltà ai governi di Milano e Venezia di stabilire quali comuni potessero essere dotati di un ufficio proprio in base anche a criteri di disponibilità di mezzi e locali. Dei tre deputati previsti per i comuni, il primo era scelto tra i tre primi estimati, gli altri “dal corpo indistintamente dei possessori (art. 60) mentre colui che aveva riportato il maggior numero di voti tra i tre primi estimati era eletto primo deputato (art. 62). Oltre alla partecipazione dei deputati a quasi tutti gli atti ufficiali del comune (artt. 72-81) ad essi spettava anche il compito di “liquidare i conti coll’esattore e con l’agente municipale, presenti i nuovi deputati che devono entrare in esercizio nell’anno successivo” e di predisporre sulla base di tali conti “il conto preventivo delle entrate e spese per l’anno successivo da proporsi al consiglio o convocato” e di sottoscrivere almeno in due gli ordini di pagamento, unitamente al cancelliere (artt. 82-87).

Considerando il personale burocratico previsto per i comuni, in quelli aventi un consiglio la deputazione era assistita “da un segretario e ove occorra da altri impiegati, secondo il ruolo approvato dal governo” (art. 94), mentre quelli aventi convocato dovevano “necessariamente avere un agente” (art. 95) come “rappresentante i deputati amministratori (...) per ricevere ed eseguire gli ordini dei superiori (art. 96); l’agente veniva eletto alla fine di ogni anno “tra i più probi e capaci abitanti del comune” (art. 97). Fra le sue prerogative più importanti era considerata la “diretta corrispondenza col cancelliere del distretto. Da lui riceve(va) le leggi e gli ordini da pubblicarsi nel comune, e gli trasmette(va) l’attestato della loro pubblicazione” (art. 102); immediata conseguenza di ciò era l’incombenza di “custodire gli esemplari delle leggi e dei regolamenti, non meno che le scritture comunali che a lui vengono rilasciate dal cancelliere per le giornaliere occorrenze” (art. 107), così come quella di “tenere un registro delle rendite provenienti dai fondi o dai diritti comunali e delle relative spese” di cui rendeva conto a fine anno (art. 110). Oltre all’agente, doveva esserci in ogni comune un cursore, sottoposto all’agente per il disbrigo degli ordini di tutti i superiori (artt. 115-118); altri “stipendiati” potevano essere nominati da consiglio o convocato, con approvazione del governo, mentre risultava obbligatoria l’elezione di due revisori dei conti di durata annuale (artt. 119-123).

Nelle città regie e nei capoluoghi di provincia le medesime funzioni esecutive erano svolte dalla congregazione municipale composta da un podestà e da quattro “individui col titolo di Assessore”, che diventavano sei per Milano e Venezia; la maggior parte di questi assessori (quattro a Milano e Venezia o tre nelle altre città) dovevano essere proprietari fondiari e i rimanenti potevano essere scelti tra i commercianti; la loro nomina spettava al consiglio, mentre il podestà veniva eletto dall’imperatore su una lista tripla formata dallo stesso consiglio (Sandonà, 1912; Rotelli 1974; Meriggi 1987).

Dal compartimento territoriale annesso alla notificazione della luogotenenza lombarda 23 giugno 1853, risulta che su 2109 comuni soggetti al governo lombardo 1587 avessero il convocato generale, 445 il consiglio comunale senza ufficio proprio, 64 il consiglio comunale con ufficio proprio e solo le 13 città regie avessero invece la congregazione municipale.

 

Bibliografia legislativa:

circolare 14 luglio 1819: circolare 14 luglio 1819 per l’istituzione del consiglio in luogo del convocato per i comuni con più di trecento estimati, Atti del governo lombardo, Milano, 1819, II;

circolare 19 marzo 1821: circolare 19 marzo 1821 che comunica l’elenco dei comuni del regno ai quali è stato accordato il consiglio comunale perchè aventi un numero di estimati superiore a trecento, Atti del governo lombardo, 1821, I, Circolari, parte II, p .32;

circolare 8 maggio 1835: circolare 8 maggio 1835 che notifica le determinazioni emesse con sovrana risoluzione del 6 aprile 1835 “dirette a meglio regolare e consolidare il sistema d’amministrazione comunale in alcune sue parti”, Atti del governo lombardo, Milano, 1835, I, Circolari, parte II, p. 56.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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